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Ci sono strade che narrano storie e storie che sono il frutto delle genti che intorno a quelle strade vivono. Nella civiltà del tempo che “manca”, imboccare una Statale sembra quasi blasfemo, eppure..,

La via Gallica è un’antica strada romana che collegava i maggiori municipia della Pianura Padana. Iniziava a Gradum (l’odierna Grado) passava da Patavium (Padova), Vicetia (Vicenza), Verona (Verona), Brixia (Brescia), Bergomum (Bergamo), Mediolanum (Milano) per terminare ad Augusta Taurinorum (Torino). Un percorso che già solo per i centri che vengono collegati non può non evocare un senso di appartenenza delle genti che su questa via sono vissute con le loro tradizioni, attività lavorative, storie!

Certo non è questo quello a cui pensiamo se ci capita di percorrere l’odierna Statale 11 Padana Superiore realizzata secoli dopo; pur tuttavia questa strada, come altre che percorrono la nostra penisola va letta nella sua dimensione culturale prima ancora che di via di transito per le tante genti che su di essa nei secoli sono passate.

Percorrerla è un viaggio nella storia di generazioni che su essa si sono incontrate scambiandosi beni e cultura, ed erano periodi di pace e benessere, persone che in momenti di follia umana si sono scontrate in giochi di mobilitazioni di truppe. In verità, quest’ultimo motivo è stato, probabilmente, e per lungo tempo il motivo prevalente della sua realizzazione dal momento che le vie consolari e le strade ad esse connesse il più delle volte avevano una finalità militare.

Una traccia antica dell’esistenza di questo percorso è nella Tabula Peutingeriana, una copia del XII-XIII secolo di una carta romana che riportava l’assetto delle vie militari e consolari dell’Impero, il mondo conosciuto dell’epoca nella sua interezza l’universo dell’umano!

Una strada militare è una via, un percorso concepito per scopi bellici; considerate l’epoca e la difficoltà tecnica di mobilitare uomini e bestie in territori selvaggi e rapportatelo, sul piano tattico, al vantaggio che può costituire l’avere dei luoghi sul territorio dove abbeverare le bestie e rifocillare gli uomini senza l’onere di dover costruire un campo per fare ciò; aggiungete il vantaggio in caso di scontro di avere una struttura fortificata a presidio del territorio in grado di accogliere i soldati. Tutto questo, implicitamente, finirà per produrre un capillare controllo di quanto dell’impero è parte o confine. 

Questa ben oltre la cadutadell’Impero è stata la forza di Roma che non a caso, come si vede dal dettaglio è ritenta dai Cesari centro del mondo conosciuto e luogo verso cui tutte le strade direttamente o indirettamente convergono.

L’utilità strategica di una strada è quindi ovvia, giacché per tramite di una strada non solo le genti e le merci possono muoversi sotto il controllo dall’autorità imperiale ma la difesa del confine e la reazione all’azione di popoli ostili diviene certamente più efficace e rapida, una rivoluzione Copernicana per tempi in cui ben pochi avrebbero saputo come recarsi da un luogo ad un altro.

La via Gallica non è una strada consolare; ovvio quindi domandarsi se la sua origine non sia stata concepita proprio per soddisfare esigenze militari e solo successivamente abbia avuto anche una fioritura in termini di utilizzo commerciale. Certo è che la via è presente sulla tabula ed il suo sviluppo prossimale al decorso del fiume Po’ conduce a congetturare la volontà, nel realizzarla, di operare appunto la creazione di un asse che da ovest: Augusta Taurinorum ad est:Grado potesse assolvere al delicato compito di smistare i transiti subalpini verso le lontane terre d’oriente e la più prossima, da poco conquistata dalle legioni di Cesare, turbolenta Gallia di cui Augusta Taurinorum, edificata, secondo recenti datazioni proprio in epoca coeva alla tabula, in onore dell’imperatore Cesare Augusto era divenuta porta d’accesso.

Nell’immagine, uno stralcio della tabula, sono evidenziate in cerchi rossi alcune delle località che oggi vengono ascritte alla via Gallica. La Tabula Peutingeriana rappresenta una soluzione all’esigenza, tutta umana, di codificare i percorsi in forme e riferimenti tali da permettere ai discendenti di trarre memoria su come muoversi su un pianeta ancora largamente incognito. Questo mostra quale livello di organizzazione ed efficacia nelle opere civili l’impero avesse se mille anni dopo la sua caduta le strade note erano ancora sostanzialmente quelle che erano state realizzate dai Cesari. 

I tempi di percorrenza dell’epoca ci appaiono oggi biblici, eppure poco più di un secolo fa la durata di un viaggio lungo quest’asse stradale non sarebbe stato dissimile da quello dell’epoca imperiale o della successiva epoca medioevale. Certo ferrovie e autostrade oggi accorciano quei tempi di percorrenza, pur tuttavia c’è il rischio di privarci di una memoria immensa che il dedalo delle strade romane capillarmente raggiunge.

In un’epoca in cui abbiamo la conoscenza e la tecnologia Google per mappare istantaneamente la nostra posizione sul pianeta con l’accuratezza della dimensione di un corpo umano queste distanze e rappresentazioni della realtà ci appaiono arcaiche quanto i graffiti delle pareti delle grotte di Lascaux, eppure i graffiti di Lascaux ci sono pervenuti, difficile prevedere cosa di Google perverrà ai nostri discendenti, anche solo fra cent’anni!

La Tavola è composta da 11 pergamene riunite in una striscia di 680 x 33 centimetri. Mostra ben 200.000 km di strade e la posizione di città, mari, fiumi, foreste, catene montuose. Non è una mappa ottenuta per proiezione cartografica, quindi non permette una percezione realistica dei paesaggi né delle distanze, ma non era certamente questa l’intenzione di chi l’aveva concepita. La carta è piuttosto una sorta di diagramma simile a quelli della metropolitana, che permetteva di muoversi facilmente da un punto ad un altro e di stimare le distanze fra le tappe. La copia è probabilmente dedotta da una rappresentazione preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C. – 12 a.C.). Si ritiene che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il “cursus publicus”, la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero. Alla morte dell’imperatore, la carta fu incisa nel marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia.

Non è un unicum, per secoli i potenti, a monito della conoscenza e del controllo esercitato su zone del mondo conosciuto, hanno fatto produrre ai geografi carte dell’orbe terraqueo, e agli astronomi mappe del cosmo.

Credo sia un’esperienza istruttiva ripercorrere mentalmente questi assi viari, immaginandoli attraversati da ordinate falangi romane o da carretti mossi dalla forza motrice delle gambe di un docile somarello che trasporta in sacchi di iuta la farina per sfamare una comunità prevalentemente analfabeta e povera. Ed in bui momenti assi su cui era la morte, in forma di pestilenze e fame, il viandante più facile da incontrare!

È facile pensare di non “avere” tempo quando il tempo è un bene che oggi, in realtà, abbonda! Eppure, la recente esperienza della pandemia da COVID19 ci ha dimostrato quanto facile possa divenire l’impraticabilità delle strade, reclusi involontari abbiamo sperimentato cosa possa divenire un pianeta in cui le comunicazioni vengano meno. Certo la digitalizzazione che è diretta conseguenza della globalizzazione ha attenuato lo shock, pur tuttavia c’è da chiedersi se quelle pergamene che hanno, per un millennio e più, rappresentato il riferimento per chi trovava l’ardire del viaggiare su un pianeta sostanzialmente ignoto non ci richiamino ad un atto di umiltà e all’esigenza di un riscoprire cosa c’è al di là delle forse troppo veloci vie di comunicazione del nostro tempo.

Un invito a riscoprirci propensi a comprendere l’importanza della dimensione del “giusto” tempo che è il tempo degli astri e dell’esistenza umana, un tempo fatto di alternarsi delle stagioni, di umane fatiche che lungo la via Gallica, al viaggiatore che si riappropri del “suo tempo” non mancherà di palesarsi.

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Autore dell'articolo

Roberto Morbidelli
Roberto Morbidelli on

Come lascia intendere il mio pseudonimo non amo la vita di branco quanto piuttosto la possibilità di osservare un cielo stellato nel silenzio e nella quiete notturna. Questo mi ha condotto a fare dell'osservazione degli astri la mia attività principale. Dal 1981 lavoro all'Osservatorio Astrofisico di Torino dove collaboro alle attività di ricerca, condotte con osservazioni da terra e dallo spazio, nel campo dell'astronomia fondamentale. La mia formazione culturale è naturalistica, il mio campo di attività lavorativa è soprattutto finalizzato alla conservazione e gestione, con le metodiche e gli strumenti dell'IT, del dato astronomico dalla sua acquisizione, alla sua fruizione e conservazione. Questo mi ha permesso di essere partecipe di diverse avventure scientifiche: la missione Hipparcos , le attività di supporto al telescopio spaziale Hubble, ed attualmente la missione Gaia.

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