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Oltre ad essere esperti costruttori di strade, i Romani erano anche grandi produttori (e bevitori) di vino.

L’ origine di questa bevanda si perde in realtà nella notte dei tempi, sembra infatti che la coltivazione della vite abbia avuto origine in Asia Minore, in particolare nelle aree caucasiche e negli antichi territori della Persia e che si estese poi in tutto il mondo allora conosciuto.

Lo stesso termine “vino” è molto antico e gli etimologi discutono ancora oggi sulla sua origine: potrebbe infatti derivare da “venas”, termine formato dalla radice del sanscrito “ven” (amare) da cui Venus (venere), oppure dall’antico ebraico “iin” che attraverso il greco Οίνός (oinos) sarebbe arrivata ai latini. Un’altra teoria sostiene che la parola “vino” derivi invece dalla radice sanscrita “vi” (attorcigliarsi), come il frutto della pianta che si attorciglia. Per i linguisti la tesi più accreditata rimane quella dell’origine greca (proseguita nel vinum latino).

Le prime testimonianze materiali del consumo di questa bevanda risalgono all’età micenea, verso la metà del II millennio a.C.

Ebbe poi un grande sviluppo in Grecia, che si poteva infatti considerare la più importante zona di produzione del vino dell’antichità. Furono le città elleniche, insieme a quelle della Magna Grecia, a contribuire in modo determinante alla diffusione della bevanda, alla varietà di specie coltivate e alla creazione di un culto religioso e simbolico duraturo. Quest’ultimo elemento è di grande importanza: da Dioniso fino a Bacco (la versione romanizzata del primo), la vite è rimasta al centro di un processo di “nobilitazione” della pianta e del suo prodotto. Non è un caso che il vino abbia mantenuto il suo ruolo simbolico, essendo un elemento di rilevanza anche per la religione cristiana ed ebraica.

Dio Bacco (Dioniso)
Dio Bacco raffigurato in un mosaico romano presso El Jem Museum (Tunisia)

Ai Greci si deve quindi il merito di aver diffuso una grande varietà di vini, alcuni considerati tra i più pregiati dell’epoca ed inizialmente molto apprezzati anche in Italia. Quando però le crescenti conquiste elevarono il tenore di vita e grandi ricchezze cominciarono ad affluire a Roma, i Romani, anche nell’enologia, entrarono in concorrenza con la Grecia e cominciò a svilupparsi una sorta di nazionalismo enologico.

I vini più diffusi nell’antica Roma arrivavano dal Lazio, dalla Sicilia e soprattutto alla Campania, terra dalla quale provenivano i vini più pregiati del tempo. Un esempio ne è il Falerno, primo vino a godere di grandissima fama, come dimostra la frequenza con la quale viene ricordato nella letteratura dell’epoca. Altri vini celebri di quel territorio furono il Cecubo ed il Caleno.

Non abbiamo purtroppo testimonianza di vini prodotti lungo la Via Gallica poiché nelle zone a nord e ai confini dell’Italia non era facile impedire che si riversassero ingenti quantità di vino straniero. Nonostante questo Virgilio sembra esaltare il vino della Rezia, corrispondente forse al moderno Valtellina.

La tecnica di vinificazione in uso nell’antica Roma venne descritta da Columella nel suo De re rustica (I sec. d.C.).

I grappoli venivano vendemmiati ben maturi e portati in cantina in ceste (quelli immaturi o alterati venivano utilizzati per produrre il vino degli schiavi) per essere poi pigiati a piedi scalzi.

Rappresentazione della vendemmia in un mosaico romano
Rappresentazione della pigiatura dell’uva in un mosaico romano presso Merida, in Spagna

Il mosto veniva fatto fermentare nei dolia, che venivano tappati ed interrati per 3/4 della loro altezza (attorno ai 2 m).

Dolia interrati presso Ostia Antica

Poiché la fermentazione non era controllata ed il grado alcolico dei vini poteva variare di molto, i Romani mescolavano i vini meno alcolici con quelli più forti, o aggiungevano miele e aromi al mosto. I vini migliori e più strutturati venivano arricchiti aggiungendo il defrutum, un mosto concentrato che alzava la gradazione di uno o due gradi alcolici.

Inoltre spesso al vino finito venivano aggiunti estratti di erbe, miele, legni odorosi, essenze vegetali, mirra, assenzio profumi e rose, creando un’incredibile varietà di vini aromatizzati.

I vini di pregio venivano travasati in anfore a doppia ansa chiamate seriae, da 180 a 300 litri, impermeabili e con una punta che si conficcava nel pavimento.

Anfore romane

Verso la fine del I° sec. d.C. l’anfora iniziò a scomparire, sostituita dalla “botte”, trasportabile anche da due soli uomini e caricabile sui carri.

Nei primi anni della fondazione di Roma il consumo del vino era riservato alle classi più agiate ed il suo uso era proibito alle donne che per mantenere una condotta austera e un contegno adeguato non potevano ingerire una bevanda destinata al piacere e al divertimento.

Il vino poteva essere Atrum (rosso) o Candidus (bianco) o Rosatum (rosato) ed era parte essenziale di ogni banchetto, per lo più diluito con acqua calda o fredda, poiché berlo puro non era considerato di buon gusto.

Per i Romani quella per il vino sembra una vera e propria passione, lo dimostrano anche i tantissimi mosaici ritrovati, molti dei quali rappresentano il tema della “Vitis Vinifera” utilizzando grappoli e vigneti come decorazioni o raffigurando le varie fasi della vinificazione.

Anche in ambito vitivinicolo, come in molti altri, il lascito di Roma alle generazioni future è davvero importante: le tecniche di viticoltura rimarranno pressoché inalterate fino al XVIII secolo, assieme a una varietà di vitigni che hanno contribuito a conformare le produzioni di uva fino ai nostri giorni.

Se volete ulteriormente approfondire l’argomento vi consiglio la lettura de “Il vino nell’antica Roma” di Lorenzo Dalmasso, latinista e professore torinese nella prima metà del secolo scorso. Il libro è una selezione del suo saggio completo “La vite e il vino nella letteratura romana” e rappresenta una piccola miniera di informazioni storiche, letterarie ed artistiche sull’argomento, proponendo un quadro completo della presenza del vino nella civiltà latina a tutti i livelli, da quello culturale a quello sociale e quotidiano.

Copertina de “Il vino nell’antica Roma”

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Autore dell'articolo

Giulia Bernardone
Giulia Bernardone on

Collaboratrice di Via Gallica.
Amante dell'enogastronomia e della cultura in ogni sua forma.

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