image_pdfimage_print

Nasce a Cigliano in provincia di vercelli lungo la Via Gallica nel 1913. Di umili origini, grazie agli ottimi risultati conseguiti negli studi, frequentò il prestigioso liceo classico Gioberti di Torino. Si laureò nella stessa città in medicina e chirurgia l’8 luglio 1938, frequentando come allievo interno la sala settoria e il laboratorio istologico diretto da Ferruccio Vanzetti. Ad agosto sposò Renata Jesi, giovane della borghesia ebrea romana, e si trasferì nella capitale. Allievo di Ugo Cerletti, dall’ottobre 1939 fu assistente volontario presso la Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Roma, lavorando nel reparto neurologico diretto da Vittorio Challiol e in quello psichiatrico diretto da Lucio Bini. Si specializzò in Malattie nervose e mentali nel 1941.


Nel 1940, insoddisfatto dell’approccio rigidamente biomedico e organicista della Clinica, aveva proposto a Einaudi la prima traduzione italiana di Carl Gustav Jung, curata assieme alla moglie. Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna uscì nella collana “Saggi” due anni dopo.
Richiamato alle armi nell’agosto 1941 in qualità di neurologo, il 14 agosto 1942 partì per il fronte russo, assegnato a un ospedale di riserva dell’Armata italiana in Russia. Ferito durante la ritirata, fece ritorno in Italia nel gennaio 1943. Non partecipò attivamente alla Resistenza, ma l’appoggiò idealmente. Il periodo bellico fu ancora più difficile a causa delle leggi razziali. Si spese con determinazione per proteggere la moglie, i figli Marco Ernesto (1939) e Maria Rosa (1944) (il terzogenito, Daniele, nacque nel 1945), e i suoceri.
Nel 1946, spinto da Cerletti, partecipò a Losanna ad un corso di studi sull’assistenza psico-pedagogica all’infanzia, organizzato dalle Semaines internationales d’études pour l’enfance victime de la guerre (SEPEG). Seguì le lezioni di Oscar Forel, Lucien Bovet, André Repond, Jean Piaget. Fra il 1948 e il 1949 soggiornò a Parigi – prima come borsista e poi come assistente straniero –, frequentando la Clinica psichiatrica infantile diretta da Georges Heuyer e il corso di psicopatologia e psichiatria clinica tenuto da Henry Ey. In Francia collaborò e strinse amicizia con lo psicoanalista Serge Lebovici.
Diffuse e attuò in Italia il modello diagnostico, terapeutico e assistenziale appreso in ambito internazionale, basato su di un approccio multidisciplinare. Contribuì così alla definizione teorica e all’organizzazione pratica della Neuropsichiatria infantile italiana (NPI) – disciplina che scontava gravi ritardi –, rendendola autonoma dalla psichiatria degli adulti e rivoluzionandola nel metodo, attraverso l’introduzione del lavoro d’équipe, della psicoanalisi e della psicoterapia.
Nel 1947 organizzò a Roma il primo Centro medico-psico-pedagogico. Nel 1953 rilanciò la rivista Infanzia anormale che, fondata nel 1906 da Giulio Ferreri e già diretta da Sante De Sanctis ed Eugenio Medea, era cessata nel 1932.
Ottenuta nel 1956 la prima libera docenza italiana in Neuropsichiatria infantile, nel 1959 avviò la prima scuola di specializzazione universitaria in tale materia. Nel 1965 gli fu assegnata la cattedra di NPI, appena istituita presso l’ateneo romano. Nel 1967 fondò a Roma l’Istituto di neuropsichiatria infantile, centro di eccellenza in Italia e all’estero, polo multidisciplinare capace di rispondere ai bisogni dell’infanzia e dell’adolescenza.
Per approfondire gli interessi psicanalitici nel 1952 aveva avviato un’analisi personale con Nicola Perrotti. Fra il 1972 e il 1973 passò un anno sabbatico a Londra, entrando in contatto con Amedeo Limentani, Donald Meltzer e Mauro Morra. Strinse una collaborazione con Andreas Giannakoulas, che invitò all’Istituto di Roma come esperto del pensiero e della prassi di Donald W. Winnicott, già introdotto in Italia da Renata ed Eugenio Gaddini.
Autore di oltre 250 pubblicazioni scientifiche – fra le quali Le oligofrenie dismetaboliche (1966) e il Compendio di psichiatria dell’età evolutiva (1980) –, fu un attento divulgatore dei temi legati alla genitorialità e all’infanzia attraverso giornali, televisioni, riviste non specialistiche e libri. Le Madri non sbagliano mai (Feltrinelli, 1995) è un bestseller, arrivato alla ventiquattresima ristampa e tradotto anche all’estero.
Impegnato culturalmente e politicamente, fu amico dei più importanti intellettuali del secondo Novecento: Alberto Moravia, Carlo Levi, Umberto Saba (che aveva in cura), Renato Guttuso, Ennio Flaiano, Federico Fellini e altri.

  • Giovanni Bollea, Le oligofrenie dismetaboliche, 1966
  • Giovanni Bollea, Compendio di psichiatria dell’età evolutiva, 1961 (2ª edizione 1980)
  • Giovanni Bollea, Psichiatria dell’età evolutiva, 3 volumi, 1979-1980
  • Giovanni Bollea, “Psichiatria dell’età evolutiva. Sindromi psico-organiche post-natali”, Bulzoni, 1980
  • Giovanni Bollea, “Neuropsichiatria infantile”, USES Edizioni Scientifiche Firenze, 1989
  • Giovanni Bollea, Le madri non sbagliano mai, Feltrinelli, 1995
  • Giovanni Bollea, Genitori grandi maestri di felicità, Feltrinelli, 2005

Ecco le sue 7 regole d’oro

1 Bisogna dar loro di meno. Se i bambini hanno troppo non desiderano niente e si annoiano;

2 Non conta la quantità, ma la qualità del tempo che si trascorre con loro. Tornando a casa dal lavoro, nei primi venti minuti i genitori devono coccolarli e parlare con loro, non pensare ai compiti o ai voti;

3 I giocattoli più educativi sono quelli che nascono dalla fantasia e dalla manualità dei genitori. Sono sufficienti due pezzetti di legno. Ma i genitori non hanno più fantasia

4 E’ utile che I bambini dai tre ai cinque anni comincino a fare dei lavoretti a casa con i genitori, come stirare con un piccolo ferro o riattaccare un bottone;

5 Riguardo lo sport, è il bambino che deve desiderare di farlo. Sono migliori gli sport di gruppo, insegnandogli che agonismo non è essere dei campioni, ma riuscire ad eccellere con fatica. Due o tre ore di palestra a settimana vanno benissimo, la competizione è poca ma i benefici sono tanti;

6 Bisogna stimolare la cultura artistica e abituarli al bello. Il teatro, la musica e l’arte fanno nascere nei bambini la voglia di migliorare. I soldi spesi per queste attività sono quelli spesi meglio;

7 Ultimo consiglio: per questa mia teoria forse verrò preso in giro. L’ho battezzata: la donna a tre quarti del tempo. La maggior parte delle donne lavoratrici a fine giornata sono già con la mente ai figli, alla spesa e alle faccende domestiche e rendono di meno. Se si facessero uscire mezz’ora prima, i figli, tornando a casa, le troverebbero meno nervose e maggiormente ben disposte. I bambini, più che di corsi, necessitano di questo.

Print Friendly, PDF & Email

Autore dell'articolo

Fabrizio Lupi
Fabrizio Lupi on

Co-Ideatore di Via Gallica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *