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Introduzione all’Araldica Civica

Tratto dal sito araldicacivica.it

Sulla Via Gallica incontriamo molti comuni più o meno grandi ma ognuno all’ingresso ha un suo logo, un simbolo che nell’araldica civica lo contraddistingue da tutti gli altri.

Si ritiene che il più antico emblema araldico sia, in assoluto, il vessillo imperiale Romano o Labaro (citato in questa forma ancora nel 1195 come Vexillum Sanguinolentum, in vetero-tedesco “blutfahne”): lo stendardo dell’Imperatore di Roma; che consisteva in un drappo rosso porpora pendente da una barretta trasversale all’asta che veniva usato come vessillo in battaglia. 

Sopra questo Costantino fece aggiungere una croce d’oro. 

Secondo la leggenda questo simbolo era stato mostrato in sogno da un angelo all’imperatore con la scritta

“IN HOC SIGNO VINCES” (“con questo segno vincerai”) prima della battaglia di Saxa Rubra (presso Ponte Milvio a Roma) nel 312; egli fece quindi modificare lo stendardo e indossare vesti con la croce dalle sue truppe risultando vincitore contro l’antagonista Massenzio alla carica imperiale.

Gli imperatori di Bisanzio, oltre all’aquila bicipite [vedi oltre] usarono anch’essi un labaro rosso caricato da una croce d’oro, nei cantoni del campo fecero altresì aggiungere quattro “B” (beta) maiuscole d’oro indicanti il motto greco “Basiléus Basileuòn Basilsoùsi Basilsùon” (“Re dei re, regnante sui re” equivalente aulico di “imperatore”); altrimenti facevano rappresentare la croce come “Chrismon” il monogramma di Cristo formato dalle iniziali greche X (chi) e P (ro).

Saranno gli imperatori Svevi ad utilizzare poi l’aquila nera coronata in campo d’oro. 

In generale l’Araldica nasce dopo la metà del XII secolo, per opera della classe nobile e guerriera: i cavalieri feudali. I simboli che adottarono non erano nuovi per l’epoca, presi com’erano dal passato e anche dalla tradizione pagana, però da quel momento tutto venne organizzato e codificato al punto di diventare una “scienza”, un sapere cioè caratteristico del tardo Medioevo ma molto meno esoterico di quello che può apparire oggi ai nostri occhi non allenati. Questi segni distintivi venivano usati in ambito guerresco e durante le manifestazioni pubbliche ed erano una sorta di attestato di diritto, legittimità, appartenenza politica o famigliare. 

La tradizione afferma che furono le Crociate a far “inventare” gli emblemi, ma oggi si è quasi tutti d’accordo che furono le mutate tecniche di combattimento e soprattutto i tornei: l’elmo chiuso (a “staro” o a “bigoncia”, i più antichi) non permettevano di identificare chi l’indossava e si ricorse a questo nuovo complesso di segni.

Ancora oggi il legame linguistico tra tecnica bellica e simbologia è evidente nei termini “armi”, “armoires” (francese), “arms” (inglese), “wappen” (tedesco, da “waffen”).

L’ereditarietà feudale e il ruolo esercitato nell’organizzazione territoriale fissarono l’apparato simbolico che resistette ben oltre il Medio Evo, avendo trasferito un sistema di riconoscimento ottico nella stabile simbologia di linguaggi familiari e quindi come segno di riconoscimento dei territori da essi dominati, il sistema ebbe un rapido sviluppo fino ad essere esteso a tutta Europa nel corso del XIII secolo, al punto che “La capacità e la facilità di comunicazione dell’Araldica ne estesero rapidamente l’uso a classi sociali, gruppi e istituzioni lontane dalla cavalleria, non più singoli e famiglie, ma corporazioni, fazioni e comunità. Le insegne dei Sestrieri, dei Quartieri, dei Terzieri, dei Gonfaloni, delle Corporazioni, delle Compagnie religiose e così via sono un terreno particolarmente significativo per comprendere mentalità, gusto, modo e cultura, per la definizione e motivazione della scelta con riferimenti ad apparati eticosimbolici o etico-religiosi, destinati a restare segreti al di fuori della cerchia o a rinviare – al contrario – in modo volutamente palese a fatti specifici. Anche la tipologia del bestiario araldico è significativa. Fu in questo quadro che le città comunali italiane – ove per altro alle origini il ceto nobiliare era assai forte – precocissimamente rispetto al resto d’Europa assunsero nel corso del XIII secolo (almeno a stare alle testimonianze rimaste) stemmi in tutto e per tutto rispettosi delle tecniche e delle regole araldiche. Con qualche forzatura logica lo scudo passò dal braccio del cavaliere a quello immaginario di una entità impersonale: la Comunità. Anche qui l’origine è molto spesso militare. Sono bandiere e pennoni di guerra ad essere trasformati in stemmi, riprodotti sugli scudi delle milizie cittadine e ripetuti poi nell’iconografia, sugli oggetti, in infiniti modi, a simboleggiare autonomia e sovranità delle città. Gli stemmi più semplici dichiarano la loro origine funzionale all’identificazione ottica a distanza e quindi bellica, e sono quelli di aree dove l’autonomia politica e militare fu più forte” (Ugo Barlozzetti, Università di Firenze, in “Storia della Civiltà Toscana” Le Monnier, Firenze 2000).

I principali garanti dell’Araldica erano gli Araldi, ufficiali addetti al controllo del sistema iconografico, delle forme e delle regole che vennero codificate tra il XIII e XIV secolo.

Norme italiane per l’araldica civica.

Gli emblemi civici risalgono, per la maggior parte, all’epoca di nascita dei Comuni nel XII secolo allorché l’Imperatore o il vescovo della città concedevano l’insegna ai cittadini riuniti in assemblea (“Arengo”, dal gotico “Hrings”: circolo, unione) come segno di autonomia e libertà (non a caso molte città riportano la scritta LIBERTAS). 

Nascono come vessilli di guerra e solo successivamente vengono riportati sugli scudi (le antiche fonti fanno quasi sempre riferimento a “vessilli”, citati come “Vexillum Commune”); spesso monocromi o bicromi dalla metà del secolo cominciano ad essere caricati di figure. Si ispirano al Vexillum rosso, antica insegna militare dell’esercito Romano. 

Per questo si pensa che le insegne civiche (e patrizie) più antiche siano state monocrome o semplicemente partite: a ciò si riferisce la presunta antichità delle armi più semplici (Lucca, Siena, Bari, Ferrara, Napoli); alle quali vennero aggiunte via via segni di distinzione e figure simboliche.

Le armi degli Enti Territoriali (Province, Comuni, Città) che, legalmente, rientrano tra gli “Enti Morali”, sono regolate ancor’ oggi, in Italia, dal Decreto del re d’Italia Vittorio Emanuele III del 7 giugno 1943 n. 651 dal titolo “Ordinamento della stato nobiliare italiano” e n. 652 “Regolamento per la Consulta

Araldica del Regno, che dispongono anche per l’araldica degli Enti Morali (Banche, Fondazioni, Monti e simili). 

Si fa riferimento altresì anche al vecchio “Regolamento Tecnico Araldico della Consulta Araldica del

Regno d’Italia”, approvato con Decreto del 13 aprile 1905 n. 234, e stilato dal barone e senatore Antonio Manno, commissario del re presso la Consulta, da cui il nome improprio di “Codice Manno”; esso stabilisce che “Province, Comuni ed Enti Morali non possono servirsi dello stemma dello Stato, ma di quell’ arme o simbolo del quale avranno ottenuto la concessione o il riconoscimento”.

Tra gli enti territoriali rientrano anche le Regioni, anche se istituite solo nel 1948, con la Costituzione Repubblicana.

Il termine “simbolo” ha consentito, in tempi recenti, l’adozione di disegni e composizioni grafiche diverse dalle figurazioni araldiche.

Il controllo dell’Araldica Civica è attualmente demandato (essendo abolita la Regia Consulta Permanente

Araldica) solo all’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, a sua volta istituito dal Decreto del re Umberto I il 2 luglio 1896 n. 313 e composto da studiosi e giuristi; questo ufficio ha anche il compito di stilare i decreti di concessione per stemmi (armi) e gonfaloni (nonché di loro modifiche) che, per essere validi, devono essere promulgati dal Presidente della Repubblica. Per le Regioni e Provincie Autonome il riconoscimento o la concessione possono essere rilasciati anche dall’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio Regionale o Provinciale.

Gli Statuti di Regioni, Province e Comuni devono fare comunque riferimento allo stemma adottato, anche se molti di questi regolamenti si limitano ad un accenno o al riferimento degli estremi del rilascio della concessione o riconoscimento (in questo modo garantendosi anche un certo spazio di manovra per modifiche grafiche che, pur mantenendo le figure e le composizioni, possono essere interpretati in stili più attuali, o supposti tali).

Regione, Provincia e Comune sono Enti Amministrativi, mentre il titolo di “città” può essere concesso dal Presidente della Repubblica ai Comuni più insigni per monumenti o ricordi storici, o per attuale importanza, o perché già riconosciuto in passato (ad esempio dagli Imperatori del Sacro Romano Impero o dai Papi).

L’elmo è escluso, dalla legge citata sopra; per gli stemmi civici invece sono ammesse le corone. Questo non ha vietato comunque a molti comuni di aggirare questa limitazione (come la città di Crema, che ancora oggi presenta un elmo come cimiero oltre alla corona marchionale o il Comune di Pino sulla Sponda del Lago Maggiore, che ha addirittura un elmo con svolazzi sullo scudo).

La composizione dello scudo sovrastato dall’elmo deriva dall’usanza dei tornei di appendere lo scudo all’elmo per mezzo una cinghia di cuoio e poterlo affiggere alle pareti o ad un palo. Per lo stesso motivo, quasi una ricerca di “realismo”, alcuni scudi araldici sono inclinati.  

Sull’elmo, in origine un semplice casco metallico o un cilindro chiuso superiormente (detto “a bigoncia”) e libero da decorazioni, si cominciò a mettere un cimiero araldico ispirato ai colori o alle figure dello scudo, o riproducente animali o oggetti di particolare valore simbolico. Si pensa che il popolarissimo emblema dei Visconti fosse stato in origine un cimiero e solo successivamente venisse inserito nel campo dello scudo [vedi oltre].

Più tardi venne rimpiazzato da piume di struzzo. [vedi Isernia o San Polo d’Enza].

Intorno al XIV secolo gli elmi erano coperti con berretti aderenti per attenuare il riverbero del sole che splendeva sull’acciaio. Questa copertura si modificò allungandosi posteriormente a protezione anche del collo e delle spalle; graficamente dettero origine agli “svolazzi” o “lambrecchini”.

Oggi è consuetudine che il lato esterno degli “svolazzi” presenti i colori principali dello scudo e l’interno del metallo principale. Non mancano eccezioni: il citato stemma del Comune di Pino sulla Sponda del Lago Maggiore, oltre ai lambrecchini, non rispetta questa regola.

Motti, sostegni e tenenti sono espressamente vietati dal 2° comma di un altro Decreto Regio del 21 gennaio 1929 n. 61. Salvo specifiche concessioni alle singole istituzioni.

I “sostegni” si distinguono in tenenti (figure umane, antropomorfe e animai) e supporti (alberi, oggetti inanimati); alcuni puristi riservano il termine “tenenti” solo alle figure umane.

Alcuni interessanti esempi si trovano nello stemma delle città di Genova, Alessandria, Bra, Novi Ligure, Pistoia.

Lo scudo, secondo il testo della legge, dovrebbe essere del tipo “sannitico” (o “italico”) solo per le Province ed i Comuni (RD 21 gennaio 1926 n. 61 art. 39), mentre le città non sono espressamente vincolate, anche se oggi vige la tendenza ad uniformarsi a questo tipo. Non mancano eccezioni a questa come a tutte le altre regole.

Il rapporto dello scudo dovrebbe essere di 7 moduli di larghezza per 9 d’altezza.

La scelta dello scudo “sannitico” è motivata dal fatto che è stato in uso in Italia fin dal XVI secolo e per via della sua forma (pressoché rettangolare) nella quale meglio si dispongono le figure.

La corona di un Ente Territoriale è normalmente in metallo nobile, ha una larghezza di 8 moduli al massimo e deve essere sempre collocata sopra il lato superiore dello scudo; tecnicamente si dice che “timbra” lo scudo: “timbro” è attributo proprio di ogni oggetto “posto sopra” ad un altro.

Per le Province (a meno di speciali concessioni) è prevista una corona d’oro a cerchio, gemmata, con le cordonature (margini inferiore e superiore) lisce, racchiudente due rami, uno di alloro e uno di quercia al naturale, decussati (incrociati), uscenti dalla corona e ricadenti all’infuori (art. 95 del RD 1943 n.652) e legati da una nastro con i colori nazionali (verde, argento e rosso); quest’ultimo però rappresentato spesso di colore azzurro che è anche l’attuale colore della fascia indossata dal Presidente dell’Assemblea provinciale. 

Nella regolamentazione precedente la corona era un semplice cerchio d’oro sostenente 12 torri (delle quali solo 7 in vista) unite a mezz’altezza da cortine di muro d’oro.

L’abolizione di questa corona (presente, tra le altre, nello stemma della Provincia di Roma) fu motivata dagli araldisti dal ragionamento che, se poteva essere verosimile che una città o un Comune fossero state cintate da mura, ciò non poteva essere per un territorio vasto come un’intera Provincia.

Per le Città (sempre a meno di speciali concessioni) è prevista una corona (o “cerchia turrita”) d’oro, formata da un cerchio d’oro con 8 “pusterle” (porte, 5 visibili), cordonata a muro, sostenenti 8 torri d’oro (5 visibili) unite da cortine di muro d’oro (art. 96), la “muratura” (cemento tra le pietre) è sempre di smalto nero.

Alcune città portano, invece, corone nobiliari di rango: per particolare concessione o per riconoscimento di titoli posseduti in passato (ad alcune città fu attribuito un vero e proprio titolo nobiliare e, per questo, iscritte negli elenchi ufficiali della nobiltà italiana; ad esempio: Lucca, Torino, Cherasco, Chivasso, Pinerolo, Saluzzo, Foligno, Orvieto, Spoleto, e la stessa città di Roma). 

Il nuovo stemma di Venezia, infine, e sormontato dal corno dogale (derivato dal berretti frigio e simbolo di libertà).

A questo proposito sarà utile ricordare che la legislazione repubblicana italiana “non riconosce” i titoli nobiliari, ma non li ha formalmente “aboliti”.

Nell’articolo 94 del RD del 7 giugno 1943 n. 652 si specifica che “gli enti morali possono fregiare la loro arma ed insegna con quelle corone speciali, delle quali si proverà la concessione e il possesso legale”.  

Precedentemente era un cerchio di muro d’oro aperto da 4 porte (delle quali 1 e due mezze in vista) e 4 finestre (2 in vista) con 8 torri d’oro (5 in vista) unite a mezza altezza da cortine di muro d’argento, ognuna cimata da una guardiola (o garitta) d’oro.

I Comuni (a meno di speciali concessioni) portano una corona d’argento, murata di nero, con 4 “pusterle” (3 visibili), con cordonature a muro sui margini, sostenente un muro aperto da 16 porte (9 visibili) o più verosimilmente altrettanti beccatelli e sormontata da una merlatura a coda di rondine o “ghibellini” (art. 97). Indica la volontà di libertà e di indipendenza municipale e si ispira a quelle che nel XVIII secolo furono poste sullo scudo delle tre principali città imperiali tedesche: Norimberga, Augusta a Francoforte (sul Meno) e in seguito assai diffuse nel XIX secolo.

Precedentemente i Comuni oltre i 3000 abitanti avevano una corona formata da un cerchio d’oro aperto da 4 porte e sormontato da 8 merli dello stesso (5 in vista) uniti da muriccioli d’argento. Mentre i Comuni inferiori ai 3000 abitanti portavano un cerchio d’oro senza porte, con 8 merli (5 in vista) uniti da muriccioli, il tutto in argento.

La legge non fa menzione delle Regioni, ovviamente, ma alcuni araldisti hanno proposto una corona d’oro “all’antica”: secondo alcuni con 8 punte d’oro (5 visibili) alternate da otto sfere pure d’oro (4 visibili) avente 4 rubini sul cerchio (1 intero e due mezzi visibili); secondo altri le punte d’oro dovrebbero essere 4 (3 visibili) alternate ad altre 4 (due visibili) pure d’oro ma più piccole (in questa forma è stata adottata nelle armi della Regione Valle d’Aosta).

Alcune Regioni avendo adottato un “logo” ispirato dalla grafica moderna (come ad esempio Emilia Romagna e Lombardia) preferiscono non usare corone per evitare stridenti contrasti.

Agli stemmi civici (Comuni e Città) deve esser aggiunto un “elemento decorativo”: la presenza di questo elemento rende certi di trovarsi di fronte ad uno stemma di Ente Territoriale. Previsto dal Decreto, ha la funzione di adornare lo scudo al quale si riferisce ed è previsto, invariabilmente, in due rami: uno di quercia con ghiande d’oro e uno d’alloro con bacche d’oro, tra loro incrociati ( o “decussati”: dal latino, “decussem”: -del valore di 10 passi – rappresentato della cifra romana X, derivata a sua volta da “decem assis”: – dieci asse –) sotto la punta dello scudo, circondanti lo scudo stesso e annodati con un nastro con i colori nazionali. Richiama la “laurea corona” composta di due rami d’alloro che cingeva la fronte dei trionfatori e che figurava accanto alle immagini degli antenati, l’alloro era sacro ad Apollo ed era per i Romani simbolo di gloria e onore. 

Ovviamente concessioni particolari hanno permesso l’adozione di forme. 

Un esempio particolare è quello degli stemmi delle città di Lodi e Schio, aventi entrambi una croce rossa in campo d’oro e la corona civica turrita del rango di città, ma i due rami decussati di Lodi sono quelli regolamentari di olivo e quercia, mentre per Schio sono stati concessi due rami di solo olivo.

Città che storicamente hanno subito assedi o sono state teatro di battaglie storiche hanno talvolta, in luogo dell’elemento di norma, due rami di palma: simbolo del sacrificio (simbolo associato anche ai santi martiri della chiesa cristiana). [vedi Chivasso, Fornovo, Ceva, Colorno, Salsomaggiore Terme]. Le Province, normalmente, non usano questo elemento (perché sarebbe ridondante con quello presente nella corona). Alcune adottano una versione particolare consistente in un “serto” (sorta di ghirlanda aperta), i cui capi sono annodati ad un’asta (“bilico”) d’oro posta orizzontalmente dietro alla parte alta della scudo (ad esempio: Modena, Roma, Sondrio).

I  simboli più diffusi

Frequente soprattutto nel Nord del nostro Paese, il simbolo della croce, sia nella versione “piana” che in quella “patente” (i cui bracci si stringono dalle estremità verso il centro). 

Si ritiene che la croce d’argento (o d’oro) in campo rosso derivi direttamente dal Vessillo Imperiale di Costantino pertanto si potrebbe desumere che le città che hanno adottato nel loro passato questa insegna crociata intendessero dichiarare la loro fedeltà alla causa imperiale (“ghibellini”). In alcuni blasoni la è citata come “croce di San Giovanni” e si riferisce all’identico simbolo ancora oggi esibito dall’Ordine dei Cavalieri di Malta (formalmente Ordine Militare Cavalleresco di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta).

La croce rossa in campo d’argento. È così rappresentata nelle immagini dell’Agnus Dei o nella figura del Cristo Risorto, per questo detta anche “bandiera di resurrezione” (ma anche abbinata ad alcuni santi cavalieri come san Giorgio, o l’arcangelo Michele) fu adottata in antico dalla Chiesa di Roma. Uno degli esempi più antichi è nelle armi del Comune di Milano, rappresentato in un bassorilievo del 1171, e issato sul carroccio della Lega Lombarda nella battaglia di Legnano contro le armate di Federico Barbarossa il 29 maggio 1176.

Molto diffusi anche gli stemmi che, nel linguaggio tecnico, si indicano come “parlanti”, ovvero insegne che, attraverso gli smalti o le figure alludono direttamente al nome della città o del territorio che le ha adottate. In sostanza sono emblemi “basati sulla parola” e illustrano come nei rebus il nome del titolare, magari in forma variata (un albero di bosso per Busseto, un albero di leccio sopra un colle per

Montalcino, un colle sovrastato da una croce per Montesanto, un pesce per Pescia, et cetera). Tipici delle armi del XIX secolo sono sovente individuati con fantasiose quanto inattendibili etimologie senza nessun riguardo per l’origine toponomastica autentica, in questi casi sono frutto soprattutto delle “dotte dissertazioni” ottocentesche che l’Araldica (come scienza ausiliaria della Storia) non accetta. L’aquila d’oro era simbolo dell’Impero Romano da quando gli Etruschi donarono a Roma uno scettro d’oro con un aquila d’avorio come segno di sottomissione. Era anche l’insegna che Caio Mario destinò alle Legioni, che lo rappresentavano issato sopra una picca e che, in tempo di pace, era conservato insieme agli altri consimili nel tempio di Saturno.

L’aquila bicipite o bicefaladivenne simbolo dell’intero territorio dell’Impero Romano d’Occidente e d’Oriente (un territorio comune con due capitali) quando Costantino trasferì la sede imperiale a Costantinopoli. 

In seguito d’oro in campo rosso divenne prerogativa dell’Impero Bizantino. 

Nera in campo d’oro del Sacro Romano Imperatore (il primo ad adottarla in questa forma pare esser stato Ludovico il Bavaro nel 1345 e l’imperatore Sigismondo la riprese al momento della sua ascesa al trono imperiale nel 1410; anche gli Asburgo lo adottarono allorché la carica imperiale divenne per loro ereditaria in luogo del loro precedente stemma: un leone rosso in campo d’oro).

Dal legame con l’Impero d’Oriente fu adottata da numerosi altri regnanti: Stevan Nemanja (1168-1196) rese la Serbia indipendente da Bisanzio e mise l’aquila bicipite sul suo scudo, d’argento anziché d’oro. Lo zar Ivan III (1462-1505) sposò Zoe (Sofia) la nipote dell’ultimo imperatore di Bisanzio, per questo si considerò erede dell’Impero d’Oriente e prese l’aquila bicipite come emblema.

Anche la Chiesa Ortodossa usa questo simbolo.

L’aquila nera monocefala era anche il simbolo dell’evangelista San Giovanni e del re Germanico (la tradizione vuole che sia stata adottata da Federico II Hoenstaufen). (vedi Busseto, Fidenza, Savona). Nell’araldica italiana, usualmente, unghie, denti dei leoni; come il becco, la lingua e gli artigli delle aquile (nel complesso definiti come “armi” degli stessi) sono dello stesso colore del corpo dell’animale (quindi tecnicamente “cuciti”). Nell’araldica dell’area Germanica le ali dell’aquila sono caricate con delle “kleestengel” (“steli di trifoglio”) di metallo nobile, nascenti dal petto. (vedi ad esempio Brescia, o lo scudo della provincia di Trento e di quella di Bolzano).

Il drago e il grifone ( “grifo”), tradizionalmente considerati guardiani di oracoli, vergini e tesori, fu adottato pressoché universalmente come emblema militare. In Toscana e Umbria, in particolare, viene riferito al complesso pantheon Etrusco: città di origine Tirrena li hanno ancor’ oggi nelle loro armi. È associato alla fazione Ghibellina giacché i Guelfi ottennero da papa Clemente IV l’aquila rossa afferrante un drago verde, in campo d’argento, come loro simbolo principale. (Montepulciano, Volterra, Abano Terme).

Il castello o la torre, quasi sempre stilizzate, ricordano le fortificazioni urbane. Se la figurazione è più “naturalistica” è probabile che sia riferimento ad architetture realmente esistenti o esistite in loco (vedi: Monteriggioni). Si dice “aperto” e “finestrato del campo” se si vede attraverso le porte e le finestre il colore del campo sottostante; invece “chiuso” se porte e finestre sono di colore diverso dal campo. Il cemento o “muratura” tra le pietre in Italia è, di norma, nero; se è di colore diverso viene “blasonato” e si dice “murato di…” con il colore (vedi Grado, Livorno).

La spada sguainata è, tra l’altro, attributo della Giustizia: e ricorda passati di autonomia giurisdizionale.

Oggetti preziosi e legati alle dignità aristocratiche o ecclesiastiche come corone, anelli, insegne religiose

(pastorali, mitre, tiare pontificie) fanno spesso riferimento a episodi storici legati a particolari concessioni o benemerenze ottenute dai territori da re, imperatori, papi, vescovi o abati (territori comunali che coincidono con antiche abbazie hanno volentieri adottato le armi di queste in segno di omaggio verso i fondatori della comunità, è il caso di Morimondo nel Milanese o Chiaravalle nella Marca d’Ancona). Le chiavi in generale sono segno di potenza e alludono alla carica di Castellano o Capitano di Castello, Governatore o Comandante di luoghi fortificati. 

Molto diffuse le “chiavi di San Pietro”, una d’oro e una d’argento, decussate, come emblema del Pontefice Romano e dello Stato Pontificio. Hanno sempre gli ingegni rivolti verso l’alto ad indicare il cielo, sono legate tra loro da una corda a nappe rossa: simboleggiano la potestà data da Cristo a Pietro e ai suoi successori di “legare e slegare” le cose in terra e in cielo). Il primo ad usarle nelle proprie armi fu Bonifacio VIII il quale accollò a queste il proprio stemma, questo papa fu ideatore anche della seconda corona sulla tiara papale (la terza verrà aggiunta durante la cosiddetta Cattività Avignonese nel 1314). (vedi Galatina, Chivasso, S.Piero a Sieve).

Tipico dell’araldica italiana è il cosiddetto biscione della famiglia Visconti (il cui cognome ricorda che ebbero incarico di vice-comites imperiali di Milano nell’XI secolo, prima erano designati con De Capitaneis dal titolo di Capitani d’Angera: il Capitanato di Angera era uno dei loro possessi più antichi) sul quale sono fiorite numerose storie leggendarie. (Angera, Certosa di Pavia, Montechiarugolo). “D’argento alla biscia d’azzurro coronata d’oro, ondeggiante in palo a sette spire, ingoiante un fanciullo o [un Saraceno] di carnagione” la biscia fu anche di color verde o argento (in campo di smalto).

Si ritiene che risalga all’epoca in cui Matteo Visconti (1250-1322) venne nominato Capitano del Popolo e Podestà di Milano dallo zio Ottone Visconti, arcivescovo della città. Per creare un’origine eroica alla sua casata (che asseriva esser discendente dal re longobardo Desiderio, il quale poteva avere tra i suoi amuleti un serpe in lapislazzuli, assai diffusa tra la popolazione longobarda) chiese ai letterati suoi sodali di elaborare vicende storiche e imprese vittoriose da tramandare ai posteri.

Si racconta quindi che durante la presa di Gerusalemme del 1099 tale Ottone figlio di Aliprando, Visconte dell’Arcivescovo-Conte di Milano, combattesse a capo di 7 mila uomini contro le truppe del “saraceno” Voluce. Questi aveva come insegna (o come cimiero) un drago che ingoiava un uomo di carnagione chiara (o un fanciullo); mentre Ottone aveva un’insegna con 7 ghirlande, simbolo di altrettante precedenti vittorie. Vinto Voluce, Ottone prese le sue insegne che donò alla basilica milanese di Sant’ Ambrogio e scelse per sé e per la sua famiglia l’insegna della serpe azzurra con 7 spire, ingoiante un saraceno. Un’altra leggenda molto diffusa il serpe rappresenterebbe il drago che terrorizzava i sobborghi di Milano e che sarebbe stato combattuto da un tale Uberto Visconti, infine ucciso proprio mentre cercava di divorare un bambino.

Secondo Tilmann Schmidt l’idegna deriverebbe dalla scultura in bronzo che l’arcivescovo Arnolfo aveva portato con sé da Costantinopoli nel 1002, che la leggenda vuole essere il serpe di ferro che Mosè pose per ordine divino nel deserto a protezione dei Figli di Israele. Diventato uno dei simboli della lotta contro gli infedeli sarebbe quindi stato adottato come significativo vessillo da quell’Ottone di Aliprando “Visconti” che abbiamo già visto precedentemente (e che avrebbe inserito il simulacro del Moro tra le fauci del serpe. (in “Le grandi Famiglie italiane”) 

Si sa per certo che l’insegna era usata dalla famiglia Visconti nel corso del XIII secolo. Nel 1336 fu aggiunta la corona al serpe: concessione del Duca d’Austria. Nel 1395, allorché Gian Galeazzo Visconti venne nominato Vicario Imperiale, Principe del Sacro Romano Impero e Duca di Milano, inquartò l’arme di famiglia con l’aquila imperiale nera (in seguito anche con il Fleu-de-Lys del Regno di Francia). Alle figurazioni sono spesso associati “Capi d’arme” particolari, ovvero una fascia che occupa la terza parte superiore dello scudo:

  • Il Capo “d’Impero” è riferito direttamente all’insegna adottata dagli imperatori svevi: un’aquila nera in campo d’oro. In seguito l’aquila divenne bicipite, riferimento all’impero Romano d’Oriente e Occidente. Nell’araldica civica italiana l’aquila è spesso completamente nera (tecnicamente si dice “cucita”), compresi artigli e becco. Indica l’obbedienza (e la riconoscenza) verso il Sacro Romano Impero. 
  • Capo d’Angiò. È azzurro, con un lambello rosso e tre fiordalisi d’oro. Emblema proprio della casa Reale d’Anjou (o d’Angevin). Fu introdotto in Italia nel 1265 con la venuta di Carlo d’Angiò (1226-1285) fratello di Luigi IX di Francia, che rivendicava per sé il trono di Napoli e di Sicilia contro Manfredi (figlio illegittimo di Federico II e della sua concubina Bianca Lancia) e Corradino di Svevia (o Hoenstaufen). Carlo era alleato del papa Clemente IV e, vinto il rivale Manfredi a Benevento nel 1266 prese possesso del Regno, premiando con doni tutti coloro che lo avevano aiutato nell’impresa concedendo loro di portare nelle armi gentilizie la sua in memoria dell’evento. 

La storia si ripeté alla morte di Alfonso d’Aragona, re di Napoli. Il trono fu destinato per testamento al figlio naturale Ferdinando, detto Ferrante (1458-1494) che però non venne riconosciuto legittimo dai Baroni. Dato che il Regno era stato assegnato ai Normanni dal papa, i feudatari si rivolsero a Callisto III. Questi appoggiò Giovanni d’Angiò, figlio di Renato, antico avversario degli Aragonesi, il quale organizzò una spedizione marittima che sbarcò presso le foci del Garigliano e del Volturno. Ferrante si rifugiò a Bari dove, con l’appoggio di Firenze e Milano, fu incoronato re il 4 febbraio 1459. Nel 1460 si scontrò con l’armata Angioina che vinse con l’aiuto di Jacopo Piccinino (fratello del celebre Nicoò), riottenendo il trono.

Però nel 1485 i feudatari si ribellarono nuovamente e dalla seconda città del regno, L’Aquila, chiesero l’intervento di Innocenzo III, acceso anti-aragonese, che si alleò con Venezia per attaccare Ferrante. L’11 agosto 1486, su pressione di Firenze, fu conclusa la pace ma il re punì ferocemente i ribelli (furono uccisi il principe di San Severino e il conte di Sarno).

Il 25 gennaio 1494 Ferrante morì e gli succedette il figlio Alfonso II. Nello stesso anno Carlo VIII re di Francia invase l’Italia per conquistare il Regno degli Aragonesi. Fu incoronato a Napoli nel 1495, ma non riuscendo ad ottenere il potere ritornò frettolosamente in Francia: sul fiume Taro, presso Fornovo, fu attaccato e messo in fuga da una coalizione italiana capitanata dal Duca di Mantova.

Tradizionalmente questo capo è concesso dai re di Napoli alle famiglie loro devote e fedeli alla causa guelfa, quindi testimone del sostegno dato da chi lo mostra alle rivendicazioni degli Angioini su Napoli e la Sicilia. Indica anche l’appartenenza alla causa Guelfa. Molto diffuso, soprattutto nella zona di Bologna. A titolo d’esempio: il lambello D’angiò è l’elemento che contraddistingue a colpo d’cchio gli stemmi di Faenza e Chioggia.

Il lambello è una pezza ornamentale rettangolare munita di 3 pendenti (se ne ha 5 e più è un “rastrello”) e posta, normalmente, nel capo dello scudo; deriva dal francone labba (cencio) bianco o colorato con il quale i cavalieri con identico scudo si differenziavano tra loro. Il capo d’Anjou deriva dallo scudo di Francia. 

Esiste anche il “Capo di Francia” (ma non nell’araldica civica italiana, ovviamente): d’azzurro caricato di 3 gigli d’oro posti in fascia che è derivato a sua volta dal “Capo di Francia Antica” dove il campo azzurro è seminato di piccoli fiordalisi d’oro. Il numero di fiordalisi fu ridotto a tre da Carlo V nel XIV secolo. Secondo la leggenda il re dei Franchi Clodoveo I (Clovis, 481-511) lo avrebbe ricevuto direttamente da un angelo; dal 1179 p emblema dei re di Francia (le cui armi antiche erano d’azzurro seminato di gigli d’oro) ed è stato assunto, oltre che per il simbolismo che rimanda alla purezza, anche per la similitudine con lo scettro reale.  

Nel 1465 il re Luigi XI di Francia concesse a Piero de’ Medici il diritto di modificare il cerchio rosso (popolarmente “palla”, tecnicamente “torta”) più in alto del suo stemma con i colori e i simboli di Francia.

Letteralmente in francese “fleur de lys” identifica il “fiore del giglio” (fam. Liliacee) mentre l’italiano “fiordaliso” si riferisce alla pianta erbacea della famiglia delle Composite, con fiori azzurri e foglie lineari, assai comune nei campi di grano.  

I fiorentini chiamano il fiore del loro stemma anche “giaggiolo”, vale a dire l’ iris, un’altra pianta erbacea ma della famiglia delle Iridacee, tipica della campagna italiana, con fiori bianchi, azzurri o violacei (“giaggiolo” è dal latino “gladiolum”, piccola spada, per la foma delle foglie).  

Se il campo sotto il lambello rosso è seminato di gigli d’oro si dice “Capo d’Angiò Sicilia” o “di Napoli”.

  • Capo di Savoia. Di rosso alla croce piana d’argento. Riprende l’arma della casa Reale di Savoia, è presente soprattutto negli stemmi civici di Comuni formati dopo l’Unità d’Italia come segno di omaggio e “dipendenza” dai sovrani sabaudi, ad eccezione del Comune di Aosta, che lo porta dal Medioevo. L’arme “originaria” dei Savoia era però l’aquila nera della Contea di Moriana (oggi Maurienne) uno dei loro possedimenti più antichi. 
  • Capo di Milano o Genova. Sono praticamente identici: il primo però corrisponde alla croce rossa in campo bianco (argento) del vessillo della Lega Lombarda (poi stemma civico della città di Milano); il secondo è l’emblema di San Giorgio (esso pure stemma della città ligure), il Banco di San Giorgio di Genova è stata la prima forma amministrativa della città e del territorio della Repubblica Marinara. 
  • Capo di Venezia. Poco diffuso nell’araldica civica (presente, invece, in quella ecclesiastica e designante la dignità di Patriarca di Venezia): presenta il leone di S. Marco d’oro in campo azzurro o d’argento. Come emblema dei patriarchi di Venezia fu adottato per la prima volta del card. Giuseppe Sarto (futuro Papa Pio X). Vedi Riese Pio X. 
  • Capo del Littorio. Capo ideato durante il Fascismo: di rosso al fascio littorio d’oro circondato da una corona composta di un ramo d’alloro e uno di quercia legati da un nastro. Il “fascio” è un’insegna di origine etrusca costituita da un mazzo di verghe e da una scure tenuta insieme da corregge: è simbolo del potere coercitivo e della legge, quindi dell’autorità dello Stato. Era portato dai Littori, ufficiali di scorta al servizio degli alti magistrati Romani che con il loro ufficio comminavano pene corporali e capitali. Questo Capo era obbligatorio nell’araldica civica durante

la dittatura Mussoliniana, in seguito fu abraso da quasi tutti gli emblemi: alcuni Comuni eliminarono solo la figura del fascio, tenendo il campo rosso e la corona di fronde (v. Reggello). All’estero, dove questo simbolo non è associato alla trascorsa dittatura italiana, si trova in alcune armi del periodo rivoluzionario (ad es. Ginevra). 

  • Capo di Religione. I membri di un Ordine Monastico e i gli appartenenti ad un Ordine Religioso Cavalleresco portavano il capo della loro religione. “Capo di Malta”: di rosso alla croce di 8 punte biforcata e allargata d’argento; “Capo di S. Stefano”: d’argento alla croce di 8 punte biforcata e allargata di rosso (Ordine fondato da Cosimo I Medici nel 1562). Poco diffusi in araldica civica (dove erano presenti sono stati per la maggior parte abbandonati), alcuni esempi sono rintracciabili nell’araldica dei pontefici. 
  • Capo Napoleonico. Durante l’impero Francese, Napoleone aveva promulgato nel 1809 un editto dalla residenza di Saint Cloud che dettava le norme per l’Araldica nobiliare e civica di tutto il territorio sottomesso. Le città e i Comuni (o Municipalità) furono raggruppati in tre classi:  – Alle città di prima classe (“bonne ville” con oltre 10 mila abitanti: rette da un Podestà con un consiglio di 6 savi) era concesso un capo di rosso caricato di tre api d’oro in fascia (oggi nell’araldica civica francese è stato sostituito con un “Capo di Francia”: d’azzurro ai tre fleur-de-lys d’oro oppure, alle città che già lo mostravano prima dell’intervento napoleonico, un “Capo di Francia Antico”: d’azzurro seminato di gigli d’oro). lo scudo sormontato da una corona muraria d’oro con 12 merli ghibellini (dei quali 7 in vista) dalla quale era nascente un’aquila d’oro dal volo abbassato.
  • Lo scudo delle città di seconda classe (con almeno 3 mila abitanti, governate da un Podestà e un consiglio di 4 savi) riceveva un cantone destro (destra araldica) azzurro caricato di una ‘N’ maiuscola d’oro sormontata da una stella pure d’oro, ed era timbrato da una corona muraria d’argento con 8 merli ghibellini (5 in vista).
  • Le cittadine di terza classe (con meno di 3 mila abitanti, rette da un Sindaco e da 2 anziani, di nomina Prefettizia) ricevevano invece un cantone sinistro rosso caricato di una ‘N’ d’oro sormontata da una stella d’argento.
  • Per tutti gli scudi era previsto un’ornamentazione che comprendeva un “caduceo” (tradizionale attributo di Mercurio e simboleggiante il commercio, l’industria, il buon governo e la concordia) che reggeva lo scudo come un bilico; esso era d’oro per le città importanti e d’argento per le altre. 

Secondo la leggenda Mercurio, al suo arrivo in Arcadia (una regione della Grecia) vide due serpi che lottavano tra loro: gettato in mezzo il suo bastone da messaggero essi si riappacificarono avvolgendosi intorno al legno. Il suo nome greco Kerykeion, letteralmente significa ‘verga dell’araldo’ la quale altro non era che un bastone al quale erano legati due nastri, segno visibile dell’ufficio di chi lo presentava.  Ad esso era legato un serto in forma di ghirlanda aperta formato da fronde di quercia e d’alloro d’oro intrecciati con nastri rossi per le città di primaria importanza e da fronde d’alloro e di quercia d’argento intrecciati con nastri azzurri per le altre.

Ancora oggi molti stemmi civici italiani (oltre che, va da sé, quelli francesi) rammentano in uno o più elementi costitutivi l’araldica del periodo imperiale napoleonico, come per esempio quelli di molte Province (vedi Modena, Roma, Sondrio) e alcune città (ad esempio: Ravenna).

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Autore dell'articolo

Fabrizio Lupi
Fabrizio Lupi on

Co-Ideatore di Via Gallica

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